Ci sono modi molto scientifici per misurare la solidità di una corporate identity. E poi c’è il nostro: provare a mettere trent’anni di Ricreativi sopra un tavolo riunioni.
Spoiler: ci stanno a fatica.
Abbiamo aperto cassetti, armadi, scatole e recuperato una parte dei materiali che abbiamo prodotto negli anni. Una parte, perché di molti probabilmente non ci ricordiamo nemmeno più.
Sono saltate fuori toppe grandi e piccole, cappellini, adesivi di ogni tipo, block notes, cartelline, porta badge, biglietti da visita, tatuaggi temporanei, contenitori per M&M’s, creme solari, porta CD in cartone, album da disegno extra large, scatole per panettoncini e packaging per i regali di Natale.
E poi le nostre monografie aziendali: quella quadrata e quella costruita come una mazzetta Pantone.
Fuori dalla foto mancano ancora parecchie cose: le inevitabili biro, gli zaini, i teli da mare, le pins, le buste americane e quelle a sacco, le vetrofanie. E poi il logo dipinto sulle tele, applicato sui muri, sulle finestre, negli spazi in cui abbiamo lavorato.
Insomma, se avessimo trovato proprio tutto, probabilmente sarebbe servito anche il tavolo della sala accanto.
Ma il punto non sono i gadget
Guardando tutti questi oggetti insieme ci siamo accorti di una cosa.
Sono stati progettati in momenti diversi, per occasioni diverse e su materiali che non potrebbero essere più differenti. Alcuni hanno parecchi anni sulle spalle.
Eppure sembrano appartenere tutti alla stessa famiglia.
Non serve leggere il nome. In molti casi non serve nemmeno sapere che cosa si sta guardando. Bastano un giallo, un nero e quella R dentro un cerchio.
Questo, per noi, è il valore di una corporate identity.
Non è semplicemente avere un logo e decidere dove metterlo. È costruire nel tempo un linguaggio riconoscibile, abbastanza preciso da essere sempre sé stesso e abbastanza flessibile da funzionare su un biglietto da visita come su un cappellino. Su una crema solare come sulla vetrina dell’ufficio. Su una scatola di Natale come su un muro.
Un logo che non ha avuto bisogno di inseguire le mode
Trent’anni sono tanti per qualsiasi cosa. Per un’identità visiva sono un’eternità.
Cambiano i gusti, cambiano i linguaggi, cambiano i software, cambiano i supporti. Arrivano mode grafiche che sembrano destinate a durare per sempre e che, qualche anno dopo, permettono di datare un progetto quasi al giorno esatto.
La nostra R, invece, è ancora qui.
Ed è interessante guardarla oggi proprio perché non sembra avere trent’anni.
Forse il motivo è molto semplice: non è mai stata costruita per essere alla moda.
Pochi elementi. Una forma netta. Un segno immediatamente riconoscibile. Giallo e nero. Niente di più del necessario.
Il minimalismo, quando funziona, ha proprio questo vantaggio: lascia meno cose a disposizione del tempo per invecchiare.
Essere riconoscibili prima ancora di essere letti
Una corporate identity forte fa una cosa che sulla carta sembra semplicissima: permette di riconoscere un’azienda ancora prima di leggerne il nome.
È quello che succede guardando il tavolo delle fotografie.
Cambiano le dimensioni, i materiali, le epoche e persino il modo in cui il marchio viene utilizzato. Ma il DNA rimane evidente.
E questa coerenza non nasce accumulando elementi. Spesso nasce facendo esattamente il contrario: scegliendo pochi elementi e avendo il coraggio di continuare a usarli.
Perché un brand non diventa riconoscibile cambiando pelle ogni volta che cambia una tendenza. Diventa riconoscibile attraverso la continuità.
Naturalmente un’identità deve sapersi evolvere. Ma evolvere non significa necessariamente ricominciare da zero. A volte significa avere costruito qualcosa di sufficientemente solido da poter cambiare tutto quello che gli sta intorno senza dover cambiare ciò che lo rende riconoscibile.
Trent’anni dopo
Alla fine abbiamo rimesso tutto sul tavolo per fare una foto.
O quasi tutto.
E forse è proprio questa la fotografia migliore dei nostri trent’anni: decine di oggetti diversissimi, nati in anni diversi e per motivi diversi, che continuano ostinatamente a parlare la stessa lingua.
Una R. Un cerchio. Il giallo. Il nero.
Tre decenni dopo, non ci hanno ancora stancato.
Diremmo che è un buon segno.











